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Sarah Theresa Lee
Sarah Theresa Lee è un'artista autodidatta che vive e lavora a Londra. Lavora come infermiera psichiatrica e dedica il resto del suo tempo alla pittura. I suoi soggetti sembrano emergere dagli strati di memoria, rituali e sogni.
Sebbene disegnasse compulsivamente fin da bambina, Lee fu scoraggiata dal perseguire la sua passione per l'arte e la abbandonò per anni. Ha iniziato a dipingere seriamente durante il lockdown del 2020, quando il mondo ha rallentato e immagini a lungo sopite hanno cominciato a riemergere. Da allora, ha fatto della pittura una pratica quotidiana, trovando il tempo la mattina presto e la sera tardi, spesso al tavolo della cucina, ogni volta che non lavora. Dopo un paio d'anni, la sua casa si è allagata e si è ritrovata di nuovo isolata, questa volta in una stanza d'albergo con il COVID. In quel periodo di incertezza, ha creato una serie di dipinti che hanno segnato una svolta nella sua pratica: essenziali, allucinatori e più sicuri. Quando ha iniziato a condividere le sue opere pubblicamente, la risposta è stata immediata e incoraggiante.
Il suo processo creativo è intuitivo e spontaneo. Dipinge senza schizzi preparatori, guidata da un archivio mentale che descrive come un "gabinetto" di immagini e scene in attesa di essere recuperate. Le sue opere sfuggono a qualsiasi categorizzazione: grezze e inquietanti, parlano un linguaggio visivo che sembra sviluppato in privato, più frutto di ricordi che di apprendimento. Sebbene le immagini siano spesso cariche di significato psicologico, Lee non le considera collegate al suo lavoro di infermiera psichiatrica. Durante la pandemia, ha fatto parte di un team specializzato nel trattamento della psicosi acuta, lavorando con pazienti in crisi di giorno e dipingendo di notte per accedere a uno spazio plasmato interamente dall'immaginazione. Negli ultimi anni, il suo lavoro ha riscosso un ampio successo, comparendo in mostre in tutto il Regno Unito, in Europa e negli Stati Uniti. Eppure, continua a dipingere come ha sempre fatto: istintivamente, in privato e alle sue condizioni.
I dipinti di Lee funzionano come scenografie teatrali dove il sipario non cala mai del tutto. Su sfondi domestici – carta da parati a righe, letti modesti, pizzi decorativi – i suoi protagonisti mettono in scena scene di inquietante teatralità. Il mondo di Lee oscilla tra fanciullezza e femminilità, malizia e minaccia, costume e confessione. L'umorismo è inconfondibilmente nero, ma mai cinico; le sue figure sembrano complici della propria stranezza. Il loro fascino risiede nel contrasto, sotto la pennellata grezza e l'atteggiamento teatrale, qualcosa di selvaggio e irrisolto rimane. Dipinte con superfici piatte e precise, con un tocco di sobria eleganza ornamentale, le opere richiamano l'intimità dei retablos messicani, pur tendendo, con discrezione, al surrealismo – a metà strada tra la cosmologia privata di Leonora Carrington e il disagio erotico di Leonor Fini.













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